Agopuntura a Xi’an

xianIl sole è alto nel cielo e ci sono 40 gradi, ma qui dentro, per fortuna, c’è un po’ di fresco.
Sono seduta su uno sgabellino e tengo la macchina fotografica tra le mani.
Mi faccio riguardo a scattare una foto, mi vergogno anche a chiedere se posso.

(lo so, non sarò mai una brava fotografa).

Sul piccolo tavolo vicino a me ci sono diverse banconote, tenute ferme da un sottomano di vetro.
Alcune cinesi, altre statunitensi, altre ancora inglesi.

La stanza è piccola, alle pareti sono appese mappe anatomiche del corpo umano, diplomi vari, qualche foto.

Ci sono due lettini e io sto aspettando, mentre il mio compagno di viaggio ha deciso di rilassarsi con un massaggio, dopo una lunga giornata a passeggio tra le calde – caldissime -strade di Xi’an.

L’idea era quella di approfittare e fare – anche – un reportage, ma la mia immotivata e invincibile timidezza sta avendo la meglio.

(forse potevo farmelo fare io, il massaggio)

Abbiamo individuato questo piccolo centro di massaggi e agopuntura tornando verso il nostro ostello e abbiamo deciso di provare un’esperienza autentica (ma non siamo stati così coraggiosi da addentrarci nell’agopuntura).

Il massaggiatore – Cheng – è un uomo sulla trentina, ma che dimostra almeno dieci anni di più.
E’ sorridente e, cosa più unica che rara, parla un po’ di inglese.
Non è tanto contento di avere dei clienti, in questo umido pomeriggio di Luglio, quanto di poter fare due chiacchere e di praticare l’inglese.

L’ha imparato così, dice, dai giovani clienti dell’ostello che sono passati da lui a fare dei trattamenti.
Gli piace l’inglese. Vorrebbe tanto migliorarlo.

E’ un uomo curioso, desideroso di imparare.
E di cose ne ha imparate, perché quando gli diciamo che veniamo dall’Italia ci chiede quanto siamo distanti da Roma e quanto dal Vaticano.

Gli raccontiamo del nostro lungo itinerario cinese.
Gli diciamo che pochi giorni prima abbiamo camminato lungo la Grande Muraglia.

Gli brillano gli occhi.

“Ti piace, ci sei stato?” gli chiediamo.

“Costa tanto viaggiare. Ci andrò un giorno, forse, con mio figlio, quando sarà grande.
Ma raccontatemi, voi dove siete stati, cosa avete visto?”

Ha sete di parole, Cheng.
Ha sete di parole, di immagini, di luoghi.
Lui che non uscirà probabilmente mai dalla Cina: viaggiare è un lusso, anche all’interno del continente.
Potersi permettere un visto per l’estero, poi, non ne parliamo.

(E così mi tornano in mente le persone viste pochi giorni prima alla stazione,
con le loro cose tenute insieme dallo spago a fare la fila per salire sulle carrozze di terza classe…)

E in Cina la gente non ha tanti soldi nemmeno per le medicine, figuriamoci viaggiare.

“E se avete l’influenza cosa fate?”

“Agopuntura.” ci dice. “Agopuntura per curarsi e Tai Chi Chuan per mantenersi in salute.
L’Agopuntura e il Tai Chi sono la medicina del popolo.”

Entra un bimbetto dal retro e sgambetta sul lettino libero.

Chissà se andrà alla Grande Muraglia con il padre, un giorno.

Rigiro tra le mani la mia macchinetta fotografica, ma non c’è modo di fotografare la sensazione di questo istante.

Il massaggio è finito,
O ora o mai più!

Cheng, però, è più veloce di me.
Afferra svelto il suo telefono e ci fa mettere in posa, vicino a lui.
Sorride – click click click.

Sono quasi inebetita per la sua prontezza di riflesso, qualche pacca sulle spalla, sventoliamo le mani e Ni Hao!

Uscendo mi rigiro la macchinetta fotografica – inutilizzata – tra le mani.

Dopo qualche passo mi volto: noto ora sulla porta del piccolo negozio il listino – rigorosamente in cinese – dei suoi trattamenti.

Sul fondo ci sono alcune foto di Cheng sorridente in fianco ai suoi clienti occidentali.

Chissà, forse un giorno ci saremo anche noi sulla vetrina del suo negozio.

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